Quella volta che sono uscito di casa ed ho camminato fino al Santo a Padova

Scritto da: Andrea Gabbon

La sveglia suona presto, ma tu ti svegli ancora prima e fai la check-list a mente su quello che stai dimenticando. Non è la prima volta e la troppa sicurezza potrebbe non essere tua amica. Ma tanto, è solo una camminata.

Indossi le scarpe, metti lo zaino in spalla.

Per strada, vestito per farti vedere, ma non sai da chi: non c’è nessuno.

È buio ancora. C’è freschezza nell’aria. Cammini fiero, sei pronto.

Incontri gli amici, i sorrisi riscaldano di più del tè che hai nel termos. “Dai, facciamo una foto”, e via.

Il primo tratto è in paese, un attraversamento un po’ pericoloso in fila indiana. Occhi aperti, lucette accese.

Inizia l’argine, sarà lunghissimo, ma si chiacchiera. Ci guarda le spalle un’alba spettacolare e ci saluta anche da parte di chi non c’è più. Facciamo “ciao ciao” con la mano.

La terra fredda è ricoperta da pochi centimetri di nebbia. Le nuvole in cielo si colorano di toni caldi. Il nero diventa blu.

Un passo davanti l’altro, una parola dietro l’altra.

Pausa merenda. Assaggi al bar la girella con l’uvetta più buona della tua vita. Intanto, nuovi compagni di viaggio.

L’argine prosegue dritto, forse troppo dritto. Anche senza “forse”.

Ma sai che prima o poi ci sarà una curva e finalmente il paesaggio cambierà. Dopotutto sono diverse ore che ormai sei in cammino. La monotonia può farti cedere la testa.

Qualche battuta, qualche confessione, qualche racconto con i compagni di viaggio fa trascorrere il tempo.

Il paesaggio cambia finalmente, gli animi sono più distesi. C’è varietà. Adori la varietà. E sei ancora più convinto che sia la monotonia a spegnere le persone.

E pensi. Le gambe sono la tua fortuna. Ti portano lontano ma ti fanno anche avvicinare sempre di più a te stesso. Da quando hai abbracciato la filosofia “ama te stesso per saper amare gli altri” sei un altro. Sei contento di quello che sei ora.

Una camminata, una corsa, come ricarica d’amore e felicità per te e gli altri.

Il sole ora scalda per bene. Un po’ di noi scoprono le braccia.

Le persone per strada ci guardano un po’ incuriosite. Un po’ ti piace, ammetti.

Le clementine sono dolci in bocca. L’acqua nella sacca bella fresca.

La meta è quasi vicina, siamo di nuovo in centro urbano.

I palazzi si mettono tra noi ed il sole. Mai stato alto in cielo, tra poco scenderà del tutto. È il momento di ricoprirci.

Ci sono troppe macchine, troppe persone. Non ti piace. Esci a correre alla mattina prima delle 6 anche in inverno per non avere confusione attorno. Ti piace la sensazione di essere un tutt’uno con il paesaggio senza rombi di motore e maleducazione a intrapporsi.

In mezzo ad edifici come scatole, spicca la chiesa con le sue cupole tonde. Siamo arrivati.

Più di 52km per arrivare camminando ad una chiesa e sei pure ateo.

Sai però che non sei più quello che si è alzato da letto questa mattina. Sei un’altra persona. Hai dovuto convivere con te stesso per tutto il viaggio. I pensieri si mettono in fila come i passi fatti durante il cammino.

Sei felice, e, come sempre dopo un lungo viaggio, sai che casa è il posto più bello del mondo. E casa è dove c’è l’amore.

Sorridi. Ricorderai questo giorno come “quella volta che sono uscito di casa ed ho camminato fino al Santo a Padova”.